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Resoconto dell’escursione del 19 ottobre 2008

Ruote grasse nella “terra di nessuno”

Traversata Scanno-Pescasseroli attraverso la “contesa” valle dei Codacchi

La traversata Scanno-Pescasseroli è possibile in tutte le salse! Che si faccia a piedi, con gli sci o in bicicletta, l’escursione riserva sempre splendide emozioni. L’imbarazzo è solo nella scelta dell’itinerario; sì, perché le vie che da noi conducono alla “Capitale del Parco” sono numerose e variegate. D’altronde, la possente dorsale rappresentata dai monti della Corte-montagna Grande, posta tra la valle del Sagittario e l’alto Sangro, è solcata da numerose valli parallele, che facilitano lo scollinamento. Partendo da nord, si può oltrepassare la catena lungo il vallone della Terratta, attraverso il Carapale, via Ciaccariello, salendo per il vallone di Capramorta o passando nella zona di Val di Corte. Ognuna di questa valli, inoltre, ha propri connotati paesaggistici ed orografici, tali da renderle comodamente percorribili nonostante il contesto aspro e selvaggio.

Se il Vallone del Carapale è il più diretto e quindi preferito da coloro che in montagna vanno a piedi, Ciaccariello è quello migliore dal punto di vista scialpinistico (salvo pericolo valanghe). I bikers, invece, compiono la traversata passando da Ferroio e nei pressi dello stazzo di Val di Corte. Si tratta di un itinerario mozzafiato, che entra nel cuore del Parco Nazionale,  toccando addirittura la zona di Riserva Integrale (percorribile solo lungo il sentiero segnato e a piedi, tant’è che per non violare la legge la bici andrebbe condotta a mano…).

Domenica 19 ottobre l’appuntamento è all’“Ara”, sotto casa mia, per le otto e mezza. Dovremmo essere cinque o sei, ma timbriamo il cartellino solo io e Cesidio Caranfa. Questi, sul manubrio della Merida, ha installato un fantascientifico GPS con cui rileverà il percorso. La giornata è splendida, la temperatura… nella media stagionale (ci sono 8 gradi); il Segretario indossa giacca invernale e pantaloni mezza stagione; io lo imito, aggiungendo il cappello da sci con pile doppio spessore che dopo 10 minuti di pedalata mi avrà già disidratato.

Iniziamo la salita con un discreto ritmo; i primi chilometri sono di strada asfaltata (la “regionale” 479) buoni per scaldarsi. A Le Prata, località Capo d’Acqua, laddove la strada si fa sterrata, la frequenza cardiaca diventa stabile, intorno al ritmo medio (140 pulsazioni per me che sono bradicardico, 150 per un Cesidio che pedala con più freschezza rispetto al sottoscritto, che ha mollato gli allenamenti di botto dopo la chiusura della stagione agonistica, due settimane fa).

Alle sorgenti del Tasso il fondo è più compatto per via della pioggia caduta sul Tirreno nella notte e che si è fermata qui, lasciando alla valle del Sagittario e al resto del versante Adriatico solo una certa frescura.

Al valico di Ferroio, quando il panorama si apre sulla Camosciara e sul massiccio del Marsicano, la chiacchierata col Segretario si interrompe: lo spettacolo, infatti, lascia senza parole. I boschi variopinti, il cielo terso, il profumo del bosco, gli ultimi bramiti dei cervi…

Al coppo del Campitello preannuncio a Cesidio la vista di qualche selvatico; l’ultima volta in bici dovemmo fermarci perché la carrareccia era invasa dai cinghiali. In un’altra occasione due caprioli pascolavano beati al centro della radura. E poi l’orso, qui, è di casa. Invece… niente, manco un cervo sulla cresta (di solito se ne contano decine ma evidentemente non è giornata).

Il Coppo del Campitello

Saliamo (a piedi) lungo il sentiero e scegliamo di non scendere allo stazzo di Val di Corte (ridotto ormai a rudere), passando a mezza costa. Il valico è a 1950 metri sul mare e la sosta è d’obbligo perché il Coppo del Morto e Terraegna sembrano dipinti. Per giunta, nonostante la quota, non c’è un filo di vento e la temperatura è gradevole (sono le 10:30).

Percorriamo un pezzo del sentiero "A1" e ci buttiamo nel fondo dei Codacchi. Un’ulteriore sosta la facciamo più in basso, dove indico al Segretario il posto in cui passa il confine comunale fra Scanno e Pescasseroli (mi ci portò, anni fa, quel campanilista di mio padre; ed io ho preso da lui…). Siamo nel bel mezzo della nota “zona contesa” fra i due Comuni: i Pescasserolesi sostengono che qui è “roba loro” perché si è nel bacino idrografico del Sangro; gli Scannesi ribattono che la cosiddetta “acquapendente” non conta perché, secoli fa, l’area passò di municipalità per gli effetti patrimoniali di un matrimonio “misto” nobiliare. La mappa I.G.M. attribuisce i 50 ettari contesi a Scanno ma le recentissime ortofotocarte del Sistema Informativo della Montagna indicano un doppio confine, stabilendo, in sostanza, che la Valle dei Codacchi è... “terra di nessuno”.

Valico di Val di Corte, quota 1950 m.s.l.m.. In primo piano, la Valle dei Codacchi; in fondo, Terraegna e le vette della Montagna Grande

Entriamo di nuovo nel bosco ed il silenzio ha il sopravvento, giacché anche il fruscìo delle “ruote grasse” è attutito dal morbido tappeto di foglie depositate sul terreno umifero.

In un attimo giungiamo al rifugio di Prato Rosso. Dopo alcune veloci foto di rito e la marcatura del waipoint che il Segretario imprime sull’aggeggio satellitare, riprendiamo a scendere lungo la “Canala”. Dopo 26 chilometri e 999 metri di ascesa complessiva raggiungiamo Pescasseroli.

Sosta al rifugio Prato Rosso

Sono le 11:00 ed effettuiamo un break al bar Stella Alpina. Cesidio ordina un “avvocato” (caffè macchiato con aggiunta di cacao; da queste parti lo chiamano così), io prendo un espresso all’americana. Enzo, proprietario del bar, ci scambia per turisti nord europei e si offre di scattarci una digitale; poi riconosce l’accento marso-peligno e ci chiede sospettoso? «Ma che séte de Scanne?».

Al bar Stella Alpina di Pescasseroli

Riprendiamo il cammino, raggiungendo Villetta Barrea attraverso la strada regionale “Marsicana”. Da qui potremmo passare per il tratturo e poi per Jovana, rientrando a Scanno senza toccare asfalto. Tuttavia preferiamo salire a Passo Godi per la via “Sannite” e scendere continuando sulla stessa strada perché il sacrificio di affrontare qualche chilometro di bitume è bilanciato dal piacere della visita alla pineta “Zappini” e dal passaggio alla cantoniera di Mimola in cui la strada è delimitata da una fitta stazione di aceri che, ad ottobre, si tingono di giallo e di rosso. L’ultima foto la scatto qui, mentre il Segretario si siede sul muretto e contempla la valle del Tasso.

Antonio Carfagnini

Sopra, le foglie degli aceri di Mimola. Sotto, il Segretario contempla la valle del Tasso